Le prime proposte in materia di procreazione medicalmente assistita risalgono al novembre del 1958; dopo oltre 40 anni di confronto, il 10 febbraio 2004 sono state approvate in via definitiva,l'insieme di norme che dovrebbe regolare la p.m.a. La prima impressione che si ha scorrendone gli articoli è che il contesto culturale e sociale di riferimento sia proprio quello degli anni '50: sparisce l'autodeterminazione femminile, si sancisce la discriminazione di certe minoranze sociali, si assesta un duro colpo alla laicità dello Stato. È arduo orientarsi nella selva di divieti che la legge impone. Tra gli altri, spicca il no alla fecondazione eterologa: gay e single non possono quindi accedere alle tecniche di fecondazione assistita, riservate solo alle coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile e con un rapporto e di comprovata stabilità (in base a quale criterio si prova questa stabilità non è dato sapere). Ne esce un'idea di famiglia "ottimale" tutta ideologica, con un padre e una madre eterosessuali, meglio se consacrati nel matrimonio. E che resta delle single: donne che, se concepiscono un figlio naturalmente, vengono ricattate con irrisori incentivi economici affinché non abortiscano e vituperate se lo fanno, ma che diventano madri illecite se decidono con coscienza di avere un figlio ricorrendo alla fecondazione assistita. Il senso di assurdo lascia spazio all'orrore quando si legge che viene imposto l'obbligo di impianto dell'embrione anche se la donna nel frattempo ha cambiato idea. Parlamentari del centro-sinistra, giustificando l'assenza di una linea comune di voto su una questione tanto importante, si sono trincerati dietro la frase "ad ognuno è stata lasciata la libertà di votare secondo coscienza". Ma si può parlare di libertà, tanto più di coscienza, quando si prospettano scenari in cui una donna viene legata al lettino e costretta all'impianto coatto?